Monti Invisibili
Traversata Tuscia - Tolfa
Quota 484 m
Data 13 marzo 2021
Sentiero parzialmente segnato
Dislivello in salita 873 m
Dislivello in discesa 788 m
Distanza 35,27 km
Tempo totale 8:45 h
Tempo di marcia 7:53 h
Cartografia Il Lupo Monti della Tolfa
Descrizione Dalla stazione ferroviaria di Vetralla della linea ferroviaria FL3 (398 m) per l’ingresso settentrionale dell’area archeologica di Marturanum (354 m, +1,15 h), Poggio Caiolo (360 m, +9 min.), la tagliata etrusca, le Palazzine (320 m), le Tombe a Portico (329 m), il Tumulo Cima (346 m), l’uscita dall’area archeologica (+25 min.), il Calatore di Pisciarello, il Fontanile del Pisciarello (317 m, +28 min.) e Barbarano Romano (341 m, +6 min.). Proseguimento per la Bandita delle More e Civitella Cesi (190 m, +1,40 h) con breve visita del borgo (5 min.). Proseguimento per il Poggio Vaccarecciola (254 m), il guado sul Fiume Mignone (90 m, +2,15 h) e Tolfa 484 m, +1,30 h). Lunga, faticosa e affascinante traversata su carrarecce, tratturi e sentieri fra il territorio di Tuscia e quello di Tolfa. Qualche difficoltà a individuare il punto per guadare il Mignone con acqua a mezza coscia.
056 Civitavecchia
055 Tolfa
054 Tolfa Rocca dei Frangipane
053 Verso Tolfa fontanile
052 Fiume Mignone
050 Guado del Mignone
049 Guado del Mignone
048 Fiume Mignone
046 Guado del Mignone
045 Guado del Mignone
042 Fiume Mignone
041 Verso Tolfa
040 VersoTolfa
039 Verso Tolfa
038 Verso Tolfa
037 Civitella Cesi
036 Civitella Cesi
035 Civitella Cesi
034 Bandita delle More
033 Asini
032 Torrente Vesca
030 Anemone coronaria
029 Bandita delle More
026 Bandita delle More
025 Ferrovia Capranica Civitavecchia
023 Barbarano Romano
022 Fontanile del Pisciarello
021 Calatore del Pisciarello
020 Piazzetta funeraria
018 Marturanum
017 Tombe a Portico
016 Le Palazzine
015 Marturanum
013 Marturanum
011 Marturanum ingresso nord
010 Marturanum ingresso nord
006 Verso Marturanum
005 Ferrovia Roma Viterbo
004 Verso Marturanum
003 Verso Marturanum
001 Verso Marturanum
Traversata Tuscia - Tolfa, 13 marzo 2021. “Io credo che la collettivizzazione sia stata una misura sbagliata, un fallimento, e che l’errore non si poteva riconoscere. Per nascondere il fallimento, bisognava con tutti i mezzi dell’intimidazione far in modo che la gente disimparasse a giudicare e a pensare, costringendola a vedere ciò che non esisteva e dimostrare il contrario dell’evidenza”.
Le parole del Pasternak de Il dottor Živago mi frullano nella mente, mentre passo dopo passo solco le deserte lande del far west mediterraneo, ora che una sgradevole sensazione di un inutile déjà vu rimesta il mio animo.
Stalin in effetti aveva un problema, anzi due: un’economia medievale e alcuni importanti paesi riottosi a finanziare con la propria florida agricoltura la crescita dell’Unione Sovietica. Ed ecco il colpo di genio: procedere a una collettivizzazione forzata e alla requisizione di tutto (ma proprio tutto) il grano (soprattutto ucraino) per esportarlo. Valuta pregiata per la crescita industriale dell’Unione e una carestia (Holodomor = sterminio per fame) che con circa 4 milioni di morti, spazzò via ogni resistenza del patriota popolo ucraino, e non solo.
Ci fermiamo sotto un candido pruno selvatico per un quadretto di cioccolata, un tè caldo e riprendiamo il cammino sotto un cielo infinito.
La storia non si ripete ma fa rima, osservava Mark Twain, e ora un’Unione ce l’abbiamo anche noi. Nonostante che da più autorevoli voci si affaccino allarmi sull’inutilità dannosa di misure repressive generali (Nature e Scienze), ci riapprestiamo a chiudere l’Italia, minando sempre più profondamente il tessuto fondamentale della nostra già traballante economia.
Ma come farsi sfuggire l’inaspettata opportunità di educare l’europeismo riluttante che serpeggia per l’Unione, anche sfruttando il fondamentale ruolo della disoccupazione come elemento disciplinante, già teorizzato dall’economista polacco Michal Kalecki? E questo anche senza considerare gli interessi della Cina che grazie alla fortuita comparsa del coronavirus si appresta a diventare la prima economia mondiale con cinque anni d’anticipo rispetto alle previsioni (Sicurezza Internazionale) e che intanto aumenta la spesa militare del 6,8%.
E noi tutti contenti di diventare un gregge di belanti consumatori.
Ci vuole tanta fatica per prepararsi a questa inutile prigionia, una lunga traversata che unisca coincidenze altamente improbabili come la Tuscia e la Tolfa, territori limitrofi eppur tanto diversi.
Da una Vetralla addormentata procediamo fra alberi svettanti alla volta di Marturanum attraverso la Macchia delle Valli, depurando a ogni passo la mente dai veleni del periodo.
Poco più di un’ora per entrare nel magico territorio delle necropoli rupestri, lungo sentieri scavati nel tufo e vie cave costellate di sepolcri, che se fosse un parco archeologico a pagamento nessuno si scandalizzerebbe.
Senza indugi e con passo veloce saliamo a una Barbarano che ci guarda sfilare rapidi, tanto nel forno la pizza bianca non è pronta.
Un cammino ancora segnato ci porta ora nella selvaggia plaga della Bandita delle More, che abbandona gli scuri sentori di Tuscia per abbracciare i chiari toni della Tolfa. Pascoli sterminati sotto cieli infiniti accolgono il nostro incedere, costellato di sbuffi di pruni selvatici, anemoni e asfodeli.
È l’ora di pranzo quando varchiamo la porta del tufaceo borgo di Civitella Cesi: una specie d’emporio e siamo su una panchina con pizza e peroncino.
Il percorso si fa incognito, mai troppo impervio e spinoso, quasi sempre su carrarecce e tratturi. Respiriamo a pieni muscoli i fiori nei prati e le nubi fioccose di una primavera che già si affaccia sull’inverno di questo territorio selvaggio e solitario dagli orizzonti infiniti verso il mare. Tutta questa solitaria libertà fa avvertire più grave l’amarezza per l’imminente affollata reclusione.
Terre rosse, argille scivolose e approdiamo sulle purpuree sponde del Mignone, il Minio flumen dei Romani per gli ossidi di ferro delle sue ripe, dove secondo alcune leggende si troverebbero le spoglie terrene di Ulisse.
Avanti e indietro per le ripide coste per individuare un punto adatto al guado, poi c’immergiamo fino alla coscia nella corrente e con le ombre lunghe del pomeriggio siamo dall’altra parte.
Lunga e dura la salita verso l’arroccato borgo di Tolfa per le nostre ormai legnose gambe e poi, stanchi, puzzolenti e mascherati come banditi, sfiliamo per il corso fra gli sguardi sospettosi dei nativi. Usuale difficoltà per trovare i biglietti del Cotral (e la fermata stessa) e poi siamo in viaggio per Civitavecchia, con l’autista che bofonchia: “Senti che odore!”.