Monti Invisibili

Ponte Lupo

Quota 251 m

Data 12 gennaio 2019

Sentiero parzialmente segnato

Dislivello 270 m

Distanza 14,17 km

Tempo totale 4:25 h

Tempo di marcia 3:15 h

Cartografia Il Lupo Monti Prenestini

Descrizione Da Gallicano nel Lazio Via Collacchio (235 m) per il sentiero lungo il Rio Secco, Ponte Taulella (168 m, +20 min.), la Mola di Pance (116 m, +40 min.), il Fosso dell’Acqua Rossa (116 m, +30 min.), il Ponte della Selciatella (132 m, +20 min.), la S.P. 49a (190 m, +15 min.), Ponte Lupo (162 m, +20 min.) e la macchina (+50 min.).

 

Aggiornati Waypoint Monti Prenestini

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Traccia GPS

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034RistoranteBelvedere.JPG033GallicanodelLazio.JPG032PonteLupo.JPG031PonteLupobalzaorientale.JPG030PonteLupo.JPG029PonteLupo.JPG028PonteLupo.JPG027PonteLupo.JPG026PonteLupo.JPG025PonteLupo.JPG024PonteLupo.JPG022PontedellaSelciatella.JPG021FossodellAcquaRossa.JPG020FossodellAcquaRossa.JPG019FossodellAcquaRossa.JPG018VersoFossodellAcquaRossa.JPG016VersoFossodellAcquaRossa.JPG015VersoFossodellAcquaRossa.JPG014VersoFossodellAcquaRossa.JPG013VersoFossodellAcquaRossa.JPG012VersoFossodellAcquaRossa.JPG011VersoFossodellAcquaRossa.JPG009VersoFossodellAcquaRossa.JPG008VersoFossodellAcquaRossa.JPG007Foglie.JPG005PonteTaulella.JPG004PonteTaulella.JPG003PonteTaulella.JPG002PonteTaulella.JPG001GallicanoViaCollacchio.JPG000AcquedottiorientaliromaniWikipedia

Ponte Lupo, 12 gennaio 2019. “Una tale quantità di strutture, che trasportano così tanta acqua, comparala, se vuoi, con le oziose piramidi o con le altre inutili, se pur rinomate, opere dei greci”. Così nel De aquaeductu urbis Romae il console Sesto Giulio Frontino vantava le meraviglie degli acquedotti romani.

Un sistema ciclopico e sofisticato – che in gran parte ancora alimenta rubinetti e fontane della Capitale – per il quale, oltre 2.200 anni fa, fu necessario risolvere notevoli difficoltà tecniche e orografiche: basti pensare al gradiente, cioè la perdita di quota per assicurare un costante e non dirompente scorrimento dell’acqua, di appena 20 centimetri per chilometro.

Numerosi rami dismessi s’innalzano fra valli e forre in aree più o meno nascoste dell’Agro Romano, esposti al degrado e all’incuria. Occasioni di scoperta da non lasciarsi sfuggire, come in questa scarpinata con la quale ho cercato di rilegare insieme due territori che nell’esplorazione precedente (vedi Acquedotti prenestini) avevo dovuto lasciare all’ausilio dell’autoveicolo.

È una luminosa e gelida mattinata quando ci avviamo lungo le sponde del Rio Secco, seguendo un sentiero battuto e scuro che calpesta foglie gelate ma non pone alcun problema di avanzamento.

Venti minuti lungo la dirupata forra per il maestoso Ponte Taulella (260 a.C., 16 m) il cui nome deriva dall’unità di superficie in uso nello Stato Pontificio (1 taulella = 72 pertiche quadrate). Il ponte faceva parte dell’acquedotto Anio Vetus e Anio è il nome latino per il fiume Aniene che, vicino alla sue sorgente, forniva l’acqua. Scendiamo nella rigogliosa vegetazione alla base dell’aerea struttura dai blocchi ormai pericolosamente sospesi.

Riprendiamo il cammino e presto si accoda a noi un giovane maremmano bisognoso di carezze, tosto nominato Gippiesse per la capacità di individuare la rotta.

Dalla Mola di Pance rifiuti, materassi e altre tracce di prostituzione iniziano a fare da padrone in questo splendido ma disastrato territorio. La carcassa di un’automobile spunta fra i rovi, alcune cisterne romane sono ingombre di frigoriferi e altri rottami. Poi man mano che c’inoltriamo nel Fosso dell’Acqua Rossa l’ambiente torna integro, fino a che alle omonime cascatelle rimane solo natura.

Dal romano Ponte della Selciatella il cammino si fa particolarmente incognito, ma confidando nelle indicazioni del gps (quello elettronico) procediamo senza indugio fra tratturi e sentieri, fino a che l’incrocio con la Strada Provinciale 49a ci conduce al percorso ormai noto.

Un cancelletto ci da accesso alla tenuta di Urbano Barberini e in pochi minuti siamo nella Valle dei Morti, dove secondo la leggenda si svolse la battaglia fra gli Orazi e i Curiazi e dove, per lo stupore dei miei amici, s’innalza la formidabile barriera di Ponte Lupo (144 a.C.). Più una diga colossale che un acquedotto con le sue misure da primato: lungo 115 metri, largo tra i 18 e i 25 e con un’altezza di 30.

C’intrufoliamo attoniti sotto le poderose arcate, volgiamo le teste ai blocchi sospesi che sembrano dover cedere da un momento all’altro. Ci arrampichiamo a percorrere la balza orientale a 20 metri di altezza, tanto larga e rigogliosa da sembrare una cengia. E poi su, sulla cima dove correva la strada: avanziamo fin dove e possibile, poi diventa troppo pericoloso.

La sguardo è colmo di meraviglia, l’animo pieno di gioia, il cuore gonfio di tristezza per tale meraviglia a 25 chilometri dal centro di Roma, praticamente sconosciuta e destinata allo sfacelo.

Gippiesse (quello peloso) ci guida in breve e chiudere l’anello e si avvia verso casa.

Noi facciamo sedimentare le meraviglie e le brutture di questo cammino con un piatto esagerato di tagliatelle alla taverna Belvedere di Gallicano.

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