Monti Invisibili
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Monte Kilimanjaro, 28 gennaio – 6 febbraio2000
 
Dal diario di viaggio
 
Horombo Hut, 3 febbraio 2000. Il Kilimanjaro èstato posseduto questa mattina alle 6,45 dopo lunga e faticosa salita.
Dopo appena tre ore di sonno, alle 0,10partiamo per conquistare la grande montagna. La temperatura esterna è di -7° eil primo stupore è per la costellazione del Grande Carro adagiatasull’orizzonte. Attacchiamo il sentiero fra enormi blocchi di lava mentre inostri passi sono guidati dall’incerta luce delle torce frontali. A 5.150 metrisostiamo nella Hans Meyer Cave, la grotta dove il 10 ottobre del 1889 si fermòa riposare il primo scalatore: ora siamo pronti per attaccare il tratto piùfaticoso.
La salita sulle ripide ghiaie vulcaniche sirivela subito massacrante e dopo un paio d’ore Ebrahim accusa un forte mal dimontagna: convintolo a rientrare alla base proseguiamo con Basil. Siamostanchi, ma non troppo da non stupirci della luna araba che sorge insieme aVenere proprio dietro al Mawenzi.
Alle 5,20 raggiungiamo i 5.665 metri diGillman’s Point sull’orlo del cratere: il più è fatto. Roberto, Plinio e Marco,ognuno con problemi di fatica o di quota più o meno accentuati, si attestano lìe io proseguo per la vetta aggregandomi a un altro gruppo. Tiro con i dentiogni singolo passo dei 230 metri di dislivello che mancano, ora su una neve durae gelata ora su rocce. L’alba mi coglie sugli ultimi passi e finalmente alle6,45 arrivo ai 5.895 di Uhuru Peak (Picco della Libertà): la vetta più alta delKilimanjaro.
A -12° di temperatura la stanchezza ètanta, la voglia di fotografare poca, la gioia immensa. Mi fermo nel silenzioad ammirare lo spettacolo che mi circonda: la vasta caldera dell’antico vulcanocon i suoi bastioni di ghiaccio bianco e azzurro sotto un cielo d’acciaio; lenuvole sotto di me e l’Africa che si scorge oltre cinque chilometri più inbasso; le forme tormentate dei 5.150 metri del Mawenzi da quassù sono poco piùdi un monticello e a nord un ammasso di nubi indica la presenza del monteKenya, fratello del gigante. E’ stata l’escursione più dura della mia vita, mane è valsa la pena.
Il ritorno sulle ripide ghiaie dell’andataè velocissimo: appena due ore e mezzo nonostante la stanchezza e le gambedoloranti. Poi da Kibo ci lanciamo verso Horombo incontrando nell’ordine: neve,grandine, pioggia. Abbiamo buona parte dell’attrezzatura fradicia e la nostracapanna sembra il retro di una lavanderia cinese.
Ora siamo veramente sporchi e puzzolenti, acinque giorni dall’ultima doccia e avendo svolto attività non esattamentepulite. Chissà come sono bello con i capelli arruffati, le occhiaie, gli occhirossi, la barba, l’abbronzatura, lo sporco?! Domani ci aspetta l’ultimo trattoper Marangu via Mandara e domani sera in albergo finalmente ci potremo lavare eguardare allo specchio.
Oggi sono state 10 ore complessive dicammino, 962 metri in salita e 2.172 in discesa: mi sento molto soddisfatto equesta sera mi carico una pipa sotto l’immensa volta stellata che sembrapoggiata sulla grande montagna. Asante (grazie) Kilimanjaro.
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