Monti Invisibili

Borghi dimenticati della Laga
Quota 1.257 m
Data 10 ottobre 2025
Sentiero parzialmente segnato
Dislivello 823 m
Distanza 18,69 km
Tempo totale 7:53 h
Tempo di marcia 6:28 h
Cartografia Monti Gemelli
Descrizione Dal cimitero di Mattere (740 m) per il Fosso Vallepezzata, i ruderi del borgo di Vallepezzata da Sole (740 m, +1,10 h) e quelli di Vallepezzata da Borea (897 m, +42 min.), i ruderi della Chiesa di San Nicola di Bari (890 m, +7 min.), il borgo abbandonato di Serra (1.096 m, +1 h) e quello di San Biagio (1.091 m, +45 min.), Colle San Sisto (1.213 m, +1,07 h), il borgo abbandonato di Stivigliano (822 m, +1,17 h) e la macchina (+20 min.). Splendida e impegnativa escursione in ambiente solitario, selvaggio e dalla difficile progressione, con lunghi tratti infrascati. Percorso da Colle San Sisto inesistente e complicato, da affrontare solo se abili e motivati. Avvistato un capriolo.
 

vallepezzata mappa

Traccia GPS

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062 Valle Sastellana

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061 Stivigliano

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060 Stivigliano

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059 Stivigliano Santa Maria Assunta

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058 Stivigliano Santa Maria Assunta

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057 Verso Stivigliano

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056 Monte Girella

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055 Monte Girella

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054 Monte Vettore

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053 Monte Vettore

monti della laga autunno

052 Vverso Colle San Sisto

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051 Monti della Laga

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049 San Biagio

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048 Verso San Biagio

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044 San Biagio

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043 Serra

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039 Serra Santissimo Salvatore

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038 Serra Santissimo Salvatore

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037 Serra Santissimo Salvatore

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036 Serra

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035 Verso Serra

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034 Monti della Laga

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033 Monti della Laga Gorzano

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032 Gran Sasso

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031 Verso Serra

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030 Verso Serra

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028 Monte Vettore

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027 Scorpione

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026 Vallepezzata da Sole

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025 Vallepezzata da Borea San Nicola

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024 Vallepezzata da Borea San Nicola

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023 Vallepezzata da Borea San Nicola

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022 Vallepezzata da Borea San Nicola

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021 Vallepezzata da Borea San Nicola

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020 Vallepezzata da Borea San Nicola

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019 Vallepezzata da Borea San Nicola

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018 Vallepezzata da Borea San Nicola

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017 Vallepezzata da Borea San Nicola

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016 Vallepezzata da Borea

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015 Vallepezzata da Borea

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013 Vallepezzata da Borea Monte Vettore

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012 Vallepezzata da Borea

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011 Vallepezzata da Borea

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010 Vallepezzata da Borea

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009 Vallepezzata da Borea

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008 Vallepezzata da Sole

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007 Vallepezzata da Sole

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005 Vallepezzata da Sole

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004 Vallepezzata da Sole

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003 Vallepezzata da Sole

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002 Vallepezzata da Sole.

vallepezzata

001 Vallepezzata

vallepezzata altimetria

000 Laga borghi altimetria

Borghi dimenticati della Laga, 10 ottobre 2025. Dove lavoro fa abbastanza scalpore il fatto che io gestisca tutti i miei spostamenti urbani a piedi, intendendo per piedi anche un esteso uso dei mezzi pubblici. Forse ci sono un altro paio di colleghi che non usano autovetture e motorette, ma comunque scelgono trasporti che li rechino il più vicino possibile all’ufficio, limitando al massimo la necessità di camminare.
Per me invece il camminare è un’esigenza da soddisfare ogni giorno in ogni modo possibile, e anche il tragitto casa-lavoro diviene una buona occasione in proposito. Un momento di decompressione – all’andata e al ritorno – per riflettere e prendersi il proprio tempo, prima d’incastrarsi nelle incombenze lavorative e familiari.
Camminare diviene una sorta di portale spazio-temporale che mi trasporta in un mondo dove sono completamente padrone di me stesso. Quando, almeno una volta a settimana, riesco a tornare a casa a piedi dall’ufficio (per onor di verità sono solo 8 chilometri e vario percorso ogni volta secondo fantasia), mi proietto in una condizione in cui non sono più a lavoro e non sono ancora in famiglia, muto il telefono e metto in sordina anche amici e seccature. E quelle due ore con un sigaro fra i denti e i pensieri in libertà sono interamente mie.
E un portale spazio-temporale è stata anche questa camminata nella storia – una storia minima agropastorale – con la quale ho concluso, per ora, l’idea di esplorazione di quel complesso di borghi abbandonati, dimenticati, spopolati che tempesta le pendici dei Monti della Laga.
Pietre squadrate in memoria di esistenze ormai sbiadite che fino a non più di cinquant’anni fa rendevano vive queste remote plaghe.
E dopo i borghi della Valle del Vomano e quelli della Valle Castellana (spopolati e mezzo diroccati, sì, ma ancora abbastanza facilmente raggiungibili e oggetto di qualche intervento di recupero), questa nella Vallepezzata (tutto attaccato, come toponimo su IGM) è stata un’esplorazione dura e impegnativa, su sentieri chiusi, abbandonati o inesistenti verso borghi in gran parte ormai fagocitati dalla vegetazione, dove rari segni CAI fra i rovi suonano ancora più beffardi.
Solite tre ore abbondanti di guida fra le insidie della Via Salaria e dopo aver schivato rimorchi trattori motozappe e Ape Piaggio, sono proprio all’ingresso del Fosso di Vallepezzata, vicino al silente borgo di Mattere.
Una segnaletica turistica e la segnatura CAI, insieme a una bella traccia incisa, m’illudono subito sulla facilità della sgambata e mi avvio garrulo su un bel sentiero che si alza a balcone sul folto del fosso.
Una breve deviazione non segnata mi porta rapidamente a un grande edificio nascosto nel bosco: una sega infissa in un tronco, vasi alle finestre, una tendina. È la casa dell’eremita Arthur, che però non vedo in giro. Per arrivare al nucleo centrale di Vallepezzata da Sole il cammino si fa ora arduo, senza una traccia precisa. Ma destreggiandomi fra i rovi in breve scorgo altre mura nella vegetazione: le più irraggiungibili, mentre una porta blu mi apre la vista su un mondo antico, di scansie e finestre, di famiglie intorno a una tavola illuminata da una candela o un lume a petrolio. Un capriolo è ormai l’unico abitante di questo villaggio.
Per raggiungere alla più strutturata Vallepezzata da Borea il cammino sembra ora facile. E invece dopo le prime costruzioni e nonostante i segni, i rovi invadono il percorso: armo le cesoie e mi faccio strada sforbiciando. Una puntura fastidiosa su una gamba e mi accorgo che in giro ci sono degli scorpioni.
Una fonte tintinna silente nella selva, manti di vegetazione si stendono su travi, mura e infissi, mentre il Monte Vettore osserva placido su un orizzonte denso d’autunno.
Da questa parte impossibile procedere oltre, ma dovrebbero esserci i ruderi della chiesa di San Nicola di Bari. Seguendo una divelta staccionata la individuo un po’ a valle, con il cristogramma sul portale e, a reggere l’architrave,  due enigmatici gufi, simboli di stregoneria e tenebre che ben si attagliano a un villaggio che non vedeva sole per buona parte dell’anno. Due porte socchiuse per uno sguardo prudente nell’antica navata, immaginando i rosari serali nelle ombre dell’inverno e i riti religiosi delle più importanti festività.
Una ripida salita mi porta a raggiungere la vecchia asfaltata del Piano dei Morti dove, dopo tanto penare, provo finalmente il piacere di lanciare le gambe e di recuperare un po’ di tempo, avvolto da chiome autunnali che si lanciano su fantastiche vedute dei Sibillini e della Laga.
Il sibilo di una sega a nastro annuncia il mio arrivo a Serra, in splendida posizione a oltre mille metri su uno sperone con vista sul Gran Sasso e una grande vallata con altri borghi antichi. Mi aggiro fra costruzioni ristrutturate (poche) e altre dirute. Entro in stanze che sanno di serate intorno al camino, di donne che sgranano fagioli e uomini che riparano attrezzi. Una solitaria lampadina pende ancora da un soffitto.
San Biagio, la mia prossima destinazione, occhieggia di fronte su un bel prato autunnale. Un cartello illude di nuovo sull’agilità del cammino e invece presto la traccia si perde nel folto e decido si guadagnare faticosamente la carrareccia sovrastante.
Il minuscolo borgo è confettato d’impalcature e un simpatico e pasciuto muratore si sta gustando un piatto di trippa direttamente dalla padella. Mi assido anch’io e pranziamo vicini, nel sole della stagione.
Qualche difficoltà a riprendere la direzione, ma poi sono di nuovo su un’ampia carrareccia. Al Monte Vettore a sinistra si accompagna ora il Girella a destra. Sto procedendo verso i 1.213 di Colle San Sisto per scoprire se esiste una traccia presente solo su una vecchia IGM e che dovrebbe condurmi al borgo di Stivigliano. Ecco il colle, una vera traccia non c’è, ma il bosco sembra pervio e mi lancio fra gli alberi.
Dopo alcuni minuti agevoli, la vegetazione s’infittisce. Una sorta di canale appena accennato appare e scompare e sembra essere un antico tratturo. Cerco di evitare i punti più scoscesi e soprattutto le macchie di sole, dove i rovi si fanno più fitti. Scendo e scendo, nella preoccupazione di non poter più procedere e dover tornare indietro. Ma la mia destinazione si avvicina, rendendo più semplice puntare direttamente alla meta.
Seguo una lunga parete di arenaria dalle fantastiche circonvoluzioni e arrivo su una traccia che è inequivocabilmente un antico percorso. Ma, come temevo, in prossimità del paese i rovi si fanno più fitti. Aggiro, penetro, taglio e due anziani contadini con le ceste per le castagne mi confermano infine stupiti che ce l’ho fatta.
Una ripida salita su una stradicciola e sono nella piazzetta di Stivigliano. La mia fatica ha finalmente termine.
Pranzo e mi accendo un sigaro, che mi accompagnerà placido alla macchina e alla meritata birra, reticolato di graffi e con rami, foglie e semi fin giù nelle mutande.
 

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